I rignraziamenti dei Fratelli Pecorari 2

I Fratelli Pecorari con Chiara Renzi a Montevarchi



I Fratelli Pecorari a Collecchio per la seconda volta, Teatro della Corte


I Fratelli Pecorari a Chiusi, Teatro Mascagni



I Fratelli Pecorari ad Arcidosso, Teatro degli Unanimi




End of Desire - 2013

End of Desire

di David Ireland


con Monica Bauco e Daniele Bonaiuti
regia, scene, costumi Dimitri Milopulos

una produzione
Intercity Festival


Dermot e Janet, dopo essersi incontrati su internet, si danno appuntamento a Belfast per avventurarsi in una notte di sesso occasionale. La situazione che si viene a creare è a dir poco esilarante: lei appare vestita da topo. 



Lo spettacolo inizia dopo che il sesso è stato consumato, quando i due si trovano ormai vulnerabili, sfiniti e disarmati. Seguono dialoghi serrati che li vedono coinvolti in uno scambio di opinioni politiche, culturali e sociali senza senso. Si arriva alla fatidica domanda: fino a che punto può spingersi il desiderio sessuale? Quali giochi lo accendono e quali finiscono per esaurirlo? Le circostanze appaiono da subito enigmatiche e misteriose. L'atmosfera che si crea fra i due è ambigua, ma la linea che separa l'erotismo dalla squallida malinconia diventa sottilissima. Veniamo catapultati nella divertente e affascinante esplorazione dei disagi e delle difficoltà di un incontro fra due estranei, socialmente e culturalmente opposti. 



Ci troviamo di fronte alle "maschere" che tutti indossiamo quando ci imbarchiamo nella pericolosa impresa di iniziare nuove relazioni amorose. Un viaggio attraverso le problematiche e gli stereotipi della società moderna, contro cui i due decidono di combattere, togliendosi e rimettendosi le maschere in un immaginario walzer (non) erotico. L'autore costruisce una brillante commedia dal ritmo sempre incalzante, dai toni leggeri, ma taglienti, in cui ritroviamo le tematiche protagoniste del nostro tempo immerse in un'atmosfera grottesca e divertente.




I ringraziamenti dei Fratelli Pecorari

I Fratelli Pecorari a Calcara, Teatro delle Temperie
I Fratelli Pecorari a Collecchio, Teatro alla Corte
I Fratelli Pecorari a Calenzano, Teatro delle Donne



Il Ventaglio - 2012


di 
Carlo Goldoni







regia Damiano Michieletto


produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatri e Umanesimo Latino S.p.A.
con la distribuzione di Arteven Circuito Teatrale Regionale
scene       Paolo Fantin
costumi    Carla Teti
con 
Alessandro Albertin, Silvio Barbiero, Daniele Bonaiuti, Katiuscia Bonato, Nicola Ciaffoni, Emanuele Fortunati, Matteo Fresch, Manuela Massimi, Giuseppe Nitti, Silvia Paoli, Perdomenico Simone

Recensioni on-line:
Caterina Barone - Corriere del Veneto
Alessandra Agosti - Il Giornale di Vicenza 
Alessandra Burattin - Teatro.org


È l’ultima grande commedia corale di Goldoni, in cui tutto avviene per colpa di un semplice oggetto che passa di mano in mano con un ritmo indiavolato. Come freccia scoccata dall’arco di Cupido, un malizioso ventaglio vola rapidamente tra i 14 personaggi della sensuale e appassionata vicenda, contagiandoli di erotismo fino alla più totale follia d’amore.

In Nome del Popolo Italiano - 2012



di Matteo Bacchini
con Daniele Bonaiuti e Silvia Frasson
È la deposizione strampalata di un romanesco manesco che illustra a un maresciallo dei carabinieri come si trasforma un matrimonio in un funerale, con annessa testimonianza della sposa in quanto persona disinformata dei fatti (e di tutto il resto). Ma il fattaccio di cronaca nera resta in secondo piano - soprattutto nella coscienza dei protagonisti - e i riflettori sono puntati sulla “filosofia de vita” di due fratelli sballottati in un mondo diventato troppo complicato da capire.  Una piccola tragedia all’italiana che riprende dalla commedia all’italiana il gusto di far parlare i poveri diavoli, gli ultimi che saranno gli ultimi. E di farli parlare a modo loro, con una  lingua che dà voce ai sentimenti più bassi (e più sinceri) del popolo italico, saltando gli ostacoli della grammatica e del vocabolario. I Mostri cinquant’anni dopo, anche se non siamo più negli anni ‘60 e sul palco - come nel resto d’Italia - c’è poco da ridere. Un secolo e mezzo dopo Garibaldi, il ritratto del belpaese è un frullato di ignoranza, un cocktail di luoghi comuni, una miscela pericolosa di consumismo e miseria. Aggiungere un bel po’ di TV e un pizzico di scuola dell’obbligo, agitare bene e servire prima che evapori senza lasciare traccia. O che vi esploda in faccia.

foto Niccolò Dainelli













La Repubblica dei Bambini - 2011



un progetto di Teatro Sotterraneo
produzione Teatro delle Briciole
in collaborazione con Teatro Metastasio della Stabile della Toscana

regia Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Claudio Cirri, Daniele Villa

con Daniele Bonaiuti e Chiara Renzi


(età 7-11 anni)
Recensioni: Nicola Viesti -  Corriere del Mezzogiorno
                 Mario Bianchi - Eolo
                 Roberto Rinaldi - Rumor(s)cena
                 Graziano Graziani - Paesesera
                 Marco Menini - Klp
                 Nicola Arrigoni - Sipario.it

Link foto: La Repubblica - Parma




Nel 2010 il Teatro delle Briciole ha è inaugurato un “cantiere produttivo”dal titolo “Nuovi sguardi per un pubblico giovane”. Convinto dell’importanza confrontarsi con esperienze teatrali differenti rispetto all’universo tradizionalmente chiamato teatro-ragazzi, il Teatro delle Briciole si propone con questo cantiere di affidare a giovani o giovanissimi gruppi della ricerca italiana, che normalmente si rivolgono a un pubblico adulto, il compito di creare uno spettacolo per ragazzi, magari per la prima volta .Il primo spettacolo di questo progetto , a cura di Babilonia Teatri,è stato Baby don’t cry . Nel 2011 il percorso continua con un secondo spettacolo affidato a Teatro Sotterraneo, dal titolo “La Repubblica dei bambini”. 




Esistono nel mondo alcuni “Stati in miniatura”. Piattaforme petrolifere abbandonate o piccole porzioni di territorio dove non vige alcuna giurisdizione o controllo politico-militare e dove alcuni soggetti, preso il controllo del territorio, hanno emanato proprie leggi, coniato una nuova moneta, strutturato proprie istituzioni e lentamente avviato rapporti diplomatici e commerciali con territori vicini. Qui l’esercizio di cittadinanza può ripartire da zero, porsi domande originarie sul fare società e rispondere con modalità inedita.

Si parte dalla scena teatrale come piattaforma vuota su cui costruire un microstato. Due attori, riconoscibili come “gente comune”, irrompono sulla scena e cominciano a progettare il loro “Stato in miniatura”. Servono delle leggi. Servono dei luoghi. Servono delle cose. Si parte da zero, tutto è da costruire, liberi di costruirlo come vogliamo. In questo senso si indica nel microstato un campo d’indagine ancora indefinito: una scena vuota, deserta, che lentamente si popola e riempie, magari anche degli stessi elementi che compongo il panorama teatrale (luci, musiche ecc) oppure di segnali che diano regole (cartelli, segnaletica stradale, striscioni ecc) di modo che ai bambini sia dato vedere come da un vuoto si possa edificare una Polis. L’incognita è sul tipo di Polis, il punto è vedere se alla fine la Polis ci piace o se non era meglio, piuttosto, lasciare il deserto.


In questo quadro il coinvolgimento diretto dei bambini pare un necessario rovesciamento. I bambini non dispongono solitamente di potere diretto. Sui bambini non gravano responsabilità. I bambini vivono in un mondo normativo, fatto di ordini, obblighi e divieti. È nella natura delle cose, che il vecchio guidi il fanciullo. E del resto il fanciullo non potrebbe decidere su cose di cui non ha ancora fatto esperienza. Dunque si prova nel costruire uno stato inedito e in miniatura, a dotare i bambini di un potere inedito e in miniatura. Sullo sfondo uno scenario di smarrimento, un luogo deserto in cui dar vita a una società, Robinson Crusoe ma anche il serial Lost, e naturalmente Il signore delle mosche di Golding.
Si tratta di una Cosa Pubblica piccola, si tratta di uno spettacolo teatrale dove la finzione è evidente, si tratta di uno stato in miniatura che si spegnerà quando si spegneranno le luci che lo illuminano, ma al tempo stesso si tratta di una possibilità.

La Fine di Shavuoth - 2011



di Stefano Massini

con Daniele Bonaiuti,Valter Corelli,
Ciro Masella
scene Eva Sgrò
progetto luci Marco Santambrogio
costumi Caterina Bottai

regia Ciro Masella




Recensioni: Tommaso Chimenti, su Scanner


La fine di Shavuoth, appartenente alla “Quadrilogia”, pubblicata da Ubulibri, che svela al teatro prima italiano e poi internazionale uno dei più interessanti – e premiati - autori contemporanei, Stefano Massini, parte da due personaggi reali e da un fatto realmente accaduto per poi aprirsi al mistero e immergersi nella profondità dell’animo umano, interrogarsi sull’arte e le sue implicazioni nella vita dell’uomo, sia esso artista che “spettatore”. Franz Kafka e Jitzach Lowy: uno dei più grandi scrittori del Novecento e uno dei più amati e conosciuti attori yiddish dell’epoca, destinato a finire i suoi giorni in un campo di concentramento. Un incontro realmente accaduto in un famosissimo caffè-teatro di Praga, il Savoy. Uno, Kafka, timido e ritroso, “nuvole dentro e fuori”; l’altro quasi arrogante nella sua vitalità sbruffona, all’apparenza sicuro di sé e dall’eloquio irresistibile e scoppiettante. Ecco il pretesto per costruire un dialogo serrato sulla vita e l’arte, sulla paura e il coraggio di amare vivere sognare. Lungo tutta una notte, costretti a rimanere insieme chiusi a chiave in un caffè-teatro deserto, due uomini si studiano, si nascondono, si scherniscono per poi mettersi a nudo con lancinante tenerezza, e scoprirsi vicinissimi (e addirittura, forse, la stessa persona). In un’atmosfera magrittiana due anime si incontrano per scontrarsi e poi trovarsi, cioè trovare se stesse nello stesso momento in cui trovano e riconoscono l’altro. Stefano Massini ha costruito un dialogo serrato e tagliente, modernissimo e dal ritmo ficcante; ci conduce con maestria nei meandri più oscuri e profondi dell’animo umano, ci porta per mano a sentire l’odore della paura, a farci intuire il sapore della vita. Due personaggi del passato, quindi non più vivi, che ripetono, in un teatro, davanti ad un sipario rosso, la recita del loro incontro, l’interrogatorio che smonterà le bugie, le illusioni, le paure, la danza che li porterà a liberarsi dei fantasmi del passato quasi come quella purificante e liberatoria delle tarantate del sud. Il teatro luogo dello svelamento, della verità. Un sogno, due sogni. Due sogni che si incrociano. Due vite e due storie che entrano l’una nell’altra. Mentre la notte scorre. E forse si poteva uscire da quel posto. Bastava volerlo. Ma i due lo volevano davvero? Non è stato quello un passaggio necessario? Una svolta? La fine di qualcosa, che però conduce a qualcosa di nuovo, ad una luce che si può identificare in quella dell’alba venuta a suggerire un giorno nuovo, ancora sconosciuto (e che quindi fa paura) ma che suggella la fine della notte, dell’oscurità della mente e dei cuori. La fine di Shavuoth racconta di una rinascita, di una svolta, di una presa di coscienza. Racconta della fine della paura, o almeno del coraggio di assumersi la paura e cominciare a vivere. Seguire il proprio daemon, la propria vocazione.


…due anime alla ricerca, due vite ancora non sbocciate, due storie che si intrecceranno in una notte di confidenze, di scherzi e sogni segreti. Vite non ancora sbocciate, sogni da inseguire, progetti da tessere, identità da cercare e definire. Tre personaggi disegnati con maestria e tenerezza, intrisi di vita e di passione, bugiardi e sfrontati al limite della sincerità sfacciata. Uno dei testi che ha rivelato al mondo il talento di Stefano Massini. Una storia in bilico tra sogno e realtà…come la vita di ciascuno di noi